La crisi della democrazia

L’evoluzione di un sistema (quasi) perfetto

La storia è fatta per ripetersi. La storia è ciclica. La storia dovrebbe insegnare ma di fatto non insegna, altrimenti non si ripeterebbe. La storia è il frutto dei desideri, delle sofferenze, dei vizi e di tutte le naturali pulsioni umane.

La democrazia è uno dei suoi prodotti forse più complessi. Secondo alcuni quello perfetto, perché ha permesso al mondo di svilupparsi, di distribuire la ricchezza agli esclusi e di dare una voce a tutti. Ma è veramente così? Negli ultimi anni questa macchina perfetta sembra essersi inceppata.

Democrazia come ricchezza e benessere

Sperimentata per la prima volta nell’Atene di duemilacinquecento anni fa, ed estesasi alla maggior parte degli stati del Mondo solo nel corso dell’ultimo secolo, ad oggi sembra aver subito una battuta. L’avvento di sempre più numerosi populismi, nostalgie dei confini solidi ed elogio dei nazionalismi ha svelato la fragilità dello scheletro democratico, anche nei paesi in cui quest’idea sembrava intoccabile, come Stati Uniti ed Europa.

Storicamente, più un paese diventava democratico più aumentava il benessere economico dei suoi cittadini, ma negli ultimi due decenni il binomio democrazia-ricchezza ha iniziato a scindersi. Arabia Saudita e Cina sono diventate molto più ricche, ma il loro livello di democrazia non è migliorato. Dall’altra parte, paesi come il Venezuela con l’aumentare del loro PIL si sono avvicinate molto di più alla democrazia per poi tornare indietro. Tutto ciò non era minimamente previsto.

La seconda metà del secolo scorso ha celebrato una serie di successi impressionanti da parte della democrazia: ha sconfitto la Germania nazista, si è insediata in India, il secondo stato più popoloso del mondo, ha battuto l’apartheid in Sudafrica, il sistema discriminatorio più simbolico.

La crisi

Tuttavia negli ultimi due decenni questi successi si sono arrestati tanto che la Freedom House afferma che nel 2013 le “libertà globali” sono diminuite per l’ottavo anno consecutivo. Assistiamo a un impedimento della nascita di un apparato democratico in paesi sotto regimi autoritari e allo sgretolamento degli organi democratici dall’interno in paesi già democraticizzati.

Per quanto riguarda il primo caso, la Cina nè è un esempio: sembrava il paese più prossimo a diventare uno stato democratico: i cinesi hanno costruito diverse istituzioni, quelle che di solito caratterizzano le democrazie. Ma queste componenti in Cina sono state progettate per rendere i cittadini sufficientemente soddisfatti da proteggere il sistema autoritario.

Lo sgretolamento della democrazia dall’interno avviene invece in quelle realtà sociali in cui il concetto è radicato da tempo, ma in cui i leader eletti con regolari elezioni (ci ricorda qualcosa?) iniziano a varare leggi e decreti per limitare la libertà di espressione e imporre un pensiero dominante.

Ma com’è possibile che una società libera scelga di retrocedere verso la dittatura?

In questi stati, nella stragrande maggioranza dei casi, si è passati da una situazione florida a recessioni economiche post crisi del 2008, colpi di stato o flussi migratori di massa. Instabilità che hanno fatto vacillare (e nella mente di molti addirittura “cadere”) il mito della democrazia perfetta, con la conseguente tendenza a ricercare poteri forti che garantissero, almeno a parole, una certa stabilità. Ed è così che nasce il nemico numero uno della democrazia: la polarizzazione.

Polarizzarsi significa trovare un capro espiatorio comune per i mali che affliggono tutto il tessuto sociale e l’economia.

Questo mix tra paura e polarizzazione sta emergendo in democrazie avanzate perché anche società libere e pluraliste, in un momento di tensione, possono trasformarsi in dittature. I cittadini spesso sostengono e incoraggiano tale trasformazione, quasi inconsapevolmente: sono mossi dall’impulsività e dallo spirito di autoconservazione che nascono dalla paura di perdere tutto.

Case study: Venezuela

Uno dei più eclatanti casi di polarizzazione è quello del Venezuela. Il paese è stato per quarant’anni una democrazia, fino a quando Hugo Chavez è riuscito a imporsi come leader assoluto, facendo passare l’idea che solo lui poteva veramente rappresentare i bisogni del popolo. Così, proprio questo lo ha supportato e acclamato mentre distruggeva le istituzioni e incarcerava i suoi oppositori, diventato di fatto un governante senza controllo. Quello che era uno degli stati con maggiori giacimenti di petrolio (e potenzialmente una delle prime economie mondiali) è sprofondato nel caos e si è ridotto sul lastrico, con un’inflazione impensabile, in cui una sigaretta costa quasi quanto duecento litri di benzina.

Per quanto ci sembri distante da noi, il caso del Venezuela è una radiografia chiara che svela la fragilità degli apparati democratici e ci mette davanti a una questione fondamentale: quello che nell’ultimo secolo abbiamo dato per indistruttibile in realtà potrebbe scivolarci di mano da un momento all’altro.

Ritrovare il controllo

Il genere umano è spesso mosso dalla paura. Quella di perdere i propri punti fermi, le cose più care, quelle che ci definiscono. Quando una crisi economica o qualche altro agente esterno minano la nostra sicurezza, facciamo di tutto per ritrovare il controllo. E spesso davanti a situazioni estreme, che non ci eravamo mai aspettati di dover fronteggiare, abbiamo reazioni estreme, perché ci sembra l’unica scelta possibile.

Se confrontato con le altre forme di governo alternatesi durante la storia, il sistema democratico è giovanissimo e probabilmente ancora troppo fragile. Potrebbe durare per sempre o estinguersi a breve.

La risposta ce la darà la storia (e la nostra capacità di fronteggiare la paura).

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn

Ti potrebbe anche interessare

Chiudi il menu