Il Salento barocco tra Giuseppe Cino e gli Zimbalo

Per parlare degli innumerevoli monumenti barocchi che rendono il Salento così rinomato in Italia, in Europa e- è il caso di sottolinearlo- nel mondo, è immancabile un riferimento primario alla città di Lecce, non a caso considerata unanimemente Regina d’eccellenza del Barocco. Di clima ovviamente mediterraneo, come altri centri del Salento, Lecce vive l’alba della sua gloria sul finire del Cinquecento, periodo in cui inizia a configurarsi tra le capitali del barocco, rimanendovi tutt’ora in virtù del movimento artistico che la investe almeno fino al Settecento. Dominata da edifici barocchi- e in particolare dalla Chiesa- specialmente nel centro storico, risente delle opere di Francesco Antonio e poi di Giuseppe Zimbalo. 

Il Barocco è infatti intrinsecamente legato al controriformismo, per quanto non sempre espressione artistica e movimento ideologico abbiano coinciso. La Controriforma, va da sé, scaturisce come reazione spontanea del clero romano agli effetti – assai devastanti per l’epoca e per la Storia futura- della cinquecentesca Riforma luterana. La sua più significativa espressione a livello artistico si deve, in Italia, al Seicento dei Cortona, come alla celeberrima rivalità tra Bernini e Borromini.

Ma torniamo al Salento. Quale dominio l’ha caratterizzato da un punto di vista storico?

Abitata dai messapi (“Messapia” significa, in greco, “terra fra due mari”), nonostante le ribellioni di Taranto la regione ottenne la cittadinanza romana nell’80 a.C. Caduto il dominio romano, per l’area- come d’altronde per buona parte della penisola italiana- cominciò il caotico susseguirsi di domini barbarici alternati allo spettacoloso ritorno dell’Impero romano d’Oriente, come nel caso in cui il Salento fu teatro della guerra greco-gotica che vide le truppe di Giustiniano tentare un’ultima riconquista di ciò che un tempo era dominio romano d’Occidente. Arrivarono poi i saraceni, e lo testimoniano ancora oggi i palazzi moreschi di Taranto. Era il Medioevo italiano un po’ arabeggiante che ha dato vita, nel Salento ma soprattutto in Sicilia, a un periodo esotico e leggendario. E dunque tutto quanto ne conseguì per carattere cronologico: gli Altavilla, Federico di Svevia, il Puer Apuliae, e poi gli Angiò e gli Aragona, in sequenza come nella prassi per la storia dell’Italia meridionale che all’epoca ruotava soprattutto intorno alle fortune di Napoli.

A Lecce, compresi gli Zimbalo già citati, a farla da padrone fu soprattutto l’architetto Giuseppe Cino, autore di Santa Chiara e della Chiesa del Carmine. È del tutto evidente che nell’imporsi di questo stile particolare ebbe al tempo un’importanza precipua la storica battaglia di Lepanto, in cui i cristiani si imposero sui mori nel 1571.

Lecce nella quale in ogni caso nobiltà ed alta borghesia tentano di imitare- non sempre riuscendovi- Napoli capitale, non può comunque esaurire ed assorbire da sola la dimensione del Barocco salentino che ha i suoi punti di forza anche fuori della città: Galatina, Nardò, Giuggianello, Galatone, con la Chiesa del Crocefisso e la stessa Gallipoli – con la sua Cattedrale di Sant’Agata e il Monastero delle Carmelitane Scalze- oggi nota per questioni mondane che esulano da un contesto culturale vero e proprio. Tutti luoghi accomunati da un principio che investe il Seicento in toto, ovverosia la sovrabbondanza come dimostrazione di potenza.

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